Icaro

“Il mito mi vuole morto in mare ma io torno sulla terra a tentare.
È tempo di essere non più mitici
ma inattuali randagi, ineducati, audaci,
sgravarsi di padri e maestri ed essere quel che si è, vivere
dei propri errori, no, non chiamarli errori
vivere dei propri tremori.
Io non so sentire un peso
dentro, che mi levi questa infinitezza.
Dissipa tu se tu vuoi questo mio incantarsi.
Dissipa questa mia debole vita che s’incanta,
ad ogni passaggio di bellezza.
Estasi ancora, un nuovo assalto, un’altra vertigine, prego.
La vita viene meno sì, ma non l’ardire, un’altra vertigine almeno.
Ho conosciuto il labirinto, la prigione, la fuga, la mia, da me voluta, uccisione.
L’ultimo schianto, il più crudele, è vivere senza tentare
a quello non mi voglio rassegnare”.
L’idea intorno alla quale ho sviluppato la figura di Icaro non è fedele al mito. Il mito vede in Icaro colui che pretende di andare fuori dalle regole e che per questo motivo è da punire con la morte. Secondo la versione di Luciano di Samosata Icaro non cade perché è impazzito e da vanaglorioso si è montato la testa sfidando il sole, ma perché l’ha preso il terrore della vita e ha preferito volare e morire dentro ai sogni.
In questa pièce lo cogliamo con uno scheletro d’ali, la sua figura assomiglia a quella di un aeronauta degli anni trenta, di uno scienziato pazzo o di un giovane dark disequilibrato. Dichiara di voler tentare ancora il volo, di voler rivedere la luce. Il suo fine ultimo è verso l’estasi provocata dalla luce, dalla bellezza estrema, pericolosa e vitale al tempo stesso.

di e con Serena Gatti
musica Raffaele Natale
produzione Tenuta dello Scompiglio

Presentazione del progetto di residenza in pdf icaro-i-begin-to-lose-control



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